Emergono nuovi dettagli sulla gestione delle temperature delle GPU NVIDIA GeForce RTX 50 “Blackwell”. Contrariamente a quanto si era ipotizzato nei mesi scorsi, il sensore Hotspot non è stato rimosso a livello hardware: è ancora fisicamente presente all’interno della GPU, ma i relativi dati sono accessibili esclusivamente tramite Modular Diagnostic Software (MODS), uno strumento diagnostico interno riservato a NVIDIA.
La scoperta arriva dal tecnico brasiliano specializzato in riparazioni Paulo Gomes, che ha dimostrato come il software MODS sia ancora in grado di leggere i valori del sensore Hotspot sulle schede della serie GeForce RTX 50. Questo conferma che la limitazione riguarda esclusivamente l’accesso ai dati tramite API pubbliche e non l’assenza del sensore stesso.
La questione era emersa già nel gennaio 2025, in occasione delle recensioni della GeForce RTX 5090, quando venne confermato che NVIDIA aveva rimosso l’accesso alle letture della temperatura Hotspot dalle API disponibili agli utenti e ai software di monitoraggio.
Rimangono comunque disponibili i valori relativi alla temperatura della GPU e alla temperatura della memoria video (VRAM), che continuano a essere visualizzabili dai tradizionali strumenti di monitoraggio.
Il sensore Hotspot è ancora utilizzato internamente
Secondo quanto mostrato da Gomes, il software MODS continua a leggere correttamente il sensore Hotspot. Si tratta di un’applicazione destinata esclusivamente ai laboratori NVIDIA per le attività di test e diagnostica, anche se alcune versioni sarebbero circolate tra i centri di riparazione specializzati.
L’utilizzo del programma non è alla portata degli utenti comuni: richiede infatti un’unità Linux avviabile, pacchetti software specifici e una configurazione piuttosto complessa. Per questo motivo, il monitoraggio del sensore Hotspot resta di fatto inaccessibile agli appassionati e agli overclocker.
Un caso pratico evidenzia l’importanza del sensore
Durante una diagnosi effettuata su una GIGABYTE GeForce RTX 5070 Ti, il team di riparazione ha rilevato, attraverso MODS, che alcuni punti del die della GPU avevano raggiunto per ben cinque volte il limite termico fissato da NVIDIA a 107 °C.
Il dato risulta particolarmente significativo perché la temperatura media della GPU si attestava intorno ai 68 °C, un valore assolutamente nella norma e che non lasciava intuire alcuna anomalia. Senza la lettura del sensore Hotspot, il problema sarebbe quindi rimasto nascosto.
Questo dimostra come il monitoraggio della temperatura massima localizzata sia fondamentale per individuare difetti quali un dissipatore installato in modo non corretto, una pressione non uniforme del sistema di raffreddamento oppure un waterblock non perfettamente aderente al die.
Perché la rimozione dell’API fa discutere
La scelta di NVIDIA di impedire l’accesso pubblico ai dati del sensore Hotspot ha suscitato diverse critiche tra tecnici, recensori e utenti avanzati. Sebbene la temperatura media della GPU rappresenti un parametro utile per il monitoraggio quotidiano, essa non è sempre sufficiente a evidenziare problemi di contatto termico o anomalie localizzate.
Le precedenti GeForce RTX 40 “Ada Lovelace” continuano invece a rendere disponibile la lettura della temperatura Hotspot tramite i comuni software di monitoraggio, consentendo una diagnosi molto più accurata dello stato del sistema di raffreddamento.
La scoperta conferma quindi che NVIDIA non ha eliminato il sensore dalle nuove GPU Blackwell, ma ha semplicemente deciso di limitarne l’accesso agli strumenti diagnostici interni, lasciando agli utenti finali esclusivamente le informazioni relative alla temperatura media della GPU e della memoria.
HW Legend Staff
















